venerdì, luglio 21, 2006

Un commento di Michelguglielmo Torri

Riporto integralmente un saggio di Michelguglielmo Torri scritto per la mailing list Apriti Sesamo.
Questo post potrebbe essere cancellato nel caso che il signor Torri chieda la sua eliminazione per la policy della mailing list.
Nell'attesa ho scelto di metterlo a disposizione per l'analisi sulle strategie possibili da parte dei palestinesi.


INIZIO POST

Secco Suardo nel suo ultimo messaggio trae dal dibattito in corso sul tema "Ma qual è la strategia dei palestinesi?" tre conclusioni provvisorie:



a) la lotta non violenta è, per i palestinesi, il metodo migliore per avviare le trattative;

b) la non accettazione del metodo non violento da parte di Hamas rende impossibile l'avvio delle trattative e, oggettivamente, gioca a favore dei falchi israeliani;

c) Hamas, nel non accettare il metodo non violento, di fatto tradisce i palestinesi, che vogliono la pace «anche se il ritorno alle frontiere del 1967 è un'utopia».



Personalmente non concordo con nessuno di queste tre conclusioni. Ma prima di spiegare il perché, credo che sia necessario aprire una parentesi sulla questione della non violenza. Un problema su cui - mi sia permesso sottolinearlo - credo di avere una certa competenza, in quanto, nell'arco di trent'anni, sono stato autore di libri e di articoli che, in toto o in parte, hanno trattato dell'inventore della non violenza, Mohandas K. Gandhi, delle sue idee in proposito e del modo in cui tali idee vennero da lui concretamente messe in pratica.



Il primo elemento da tenere presente è che la non violenza non è, secondo Gandhi, la via per aprire delle trattative; la non violenza è, in effetti, un metodo di lotta a cui Gandhi ricorreva, invariabilmente dopo un lungo periodo dedicato alla valutazione dei pro e dei contro, quando le trattative si erano rivelate impossibili.



Il secondo elemento è l'efficacia della non violenza per sconfiggere l'avversario o, quanto meno, per imporgli una trattativa seria. Ebbene, in una situazione come quella indiana, in un paese cioè in cui alcune centinaia di migliaia di inglesi (prevalentemente militari) controllavano una popolazione di centinaia di milioni di indiani (dove cioè il rapporto fra inglesi e indiani era di uno a mille o più), le campagne non violente di Gandhi non solo non portarono mai ad una vittoria totale, ma neanche a vittorie parziali del movimento nazionalista indiano. La pura verità è che gli inglesi non solo non se ne andarono in seguito alle campagne non violente di Gandhi, ma che neppure il processo di riforme concesse dagli inglesi agli Indiani negli anni 20 e 30 venne mai direttamente influenzato dai movimenti non violenti di Gandhi. (Su quest'ultimo punto, sono conclusive le ricerche della scuola di Cambridge, oltre ad una semplice comparazione cronologica delle date concessioni fatte dagli inglesi e di quelle dei movimenti non violenti.)



Cosa vuole dire questo? Che i movimenti non violenti di Gandhi non ebbero nessun peso nell'evoluzione politica dell'India? No. Ebbero un peso considerevole. Ma questo consistette nella delegittimazione del dominio coloniale. La verità è che, quando Gandhi lanciò il suo primo movimento non violento nel 1919, la grande maggioranza degli indiani accettava il dominio coloniale come legittimo e perfino benefico; nel 1942, in occasione del movimento Quit India (che, vale la pena di sottolinearlo, fu solo parzialmente non violento), non vi era praticamente più nessun indiano che considerasse il dominio coloniale come legittimo. Alla fine della seconda guerra mondiale (durante la guerra, il controllo dell'India venne di fatto assicurato dalle truppe inglesi e australiane schierate contro i giapponesi), in una situazione in cui i due terzi dell'apparato repressivo coloniale era formato da indiani, questa perdita di legittimità mise gli inglesi di fronte alla scelta se andarsene o se iniziare una nuova guerra, inviando un esercito esclusivamente inglese in India. Naturalmente, per ragioni sia ideologiche sia economiche, la seconda scelta era impossibile.



Orbene, è questa la situazione in Palestina? È necessario convincere i palestinesi dell'illegittimità della dominazione israeliana? Evidentemente no. E la presa di coscienza da parte dei palestinesi dell'illegittimità della dominazione israeliana è destinata a generare il crollo dell'apparato repressivo israeliano? Di nuovo, evidentemente no. E, allora, perché ricorrere alla non violenza?



La risposta che Secco Suardo dà, citando il generale Zinni, è: «Ma cosa succederebbe se i palestinesi adottassero dei metodi non violenti?». E, rispondendo alla domanda di Zinni, Secco Suardo dice: « Succederebbe che la società israeliana, come quella inglese ai tempi dell'India coloniale, finirebbe col cedere per ragioni morali. Olmert non è né Hitler, né Ceausescu!» E conclude con l'affermazione: «Vorrei ricordare che sono stati proprio i bestiali attentati nelle discoteche eseguiti da Hamas e che gli hanno valso la qualifica di organizzazione terrorista, a indisporre le componenti pacifiste israeliane. (Anche in questo caso ricordare le gesta dell'Irgun, Deir Yassi, King David, Hotel Semiramis, non serve a niente)».



Sfortunatamente, la risposta di Secco Suardo alla domanda di Zinni è errata. Il problema non è che Olmert non sia né Hitler né Ceausescu. Il problema è che, assai semplicemente, gli inglesi non abbandonarono l'India per ragioni morali. Gli inglesi se ne andarono per un complesso di ragioni saldamente radicate nella Realpolitik: se ne andarono perché non potevano più contare sulla fedeltà dei poliziotti e dei soldati indiani; se ne andarono perché praticamente nessun gruppo sociale importante presente in India era più disposto a collaborare con loro; se ne andarono perché lo sfruttamento dell'economia indiana aveva perso d'importanza per il buon funzionamento di quella inglese; se ne andarono perché controllare l'India comportava ormai una spesa superiore ai ricavi dati dalla continuazione del dominio coloniale; se ne andarono perché il pubblico inglese, esausto per sei anni di guerra, non poteva prendere in considerazione l'idea di incominciarne una nuova; se ne andarono perché non c'erano le risorse economiche per inviare e mantenere un'armata di occupazione in India; se ne andarono perché le due nazioni che erano emerse come le vere vincitrici della guerra e che erano diventate le due superpotenze - USA e URSS - erano entrambe contrarie alla continuazione dei regimi coloniali europei.



Da quest'ultimo punto di vista è assai significativo che, quando con l'inizio della guerra fredda, gli USA cambiarono per qualche tempo la loro posizione a proposito del mantenimento degli imperi coloniali europei, il colonialismo europeo ebbe la sua estate di San Martino. Fino al 1956, quando la politica americana, in seguito alla guerra di Suez, cambiò ancora una volta, gli inglesi, ad esempio, ebbero la forza di reimporre (a volte con un uso estremo e barbarico della violenza) il proprio controllo su quanto rimaneva dell'impero coloniale. In proposito, le vicende del Kenya sono istruttive.



Certo, la lotta gandhiana non violenta aveva attirato la simpatia di gruppi più o meno consistenti dell'intellighenzia inglese di sinistra. Gruppi che, però, non furono mai in grado di esercitare nessun peso reale nel convincere la classe politica (compresa quella laburista) e l'opinione pubblica inglesi ad abbandonare l'India. E si badi bene che, a partire dalla prima guerra mondiale, l'importanza per l'Inghilterra di controllare l'India stava declinando rapidamente. Questo perché lo sfruttamento di un'economia arretrata e di un mercato povero come erano quelli indiani (in gran parte come conseguenza proprio dello sfruttamento coloniale) stava rapidamente perdendo importanza per un'economia come quella inglese, si stava sempre più integrando con le economie sviluppate, a partire da quella americana, e stava sempre più sostituendo le materie prime prodotte dall'India (a partire dai tessuti grezzi) con prodotti chimici. Ebbene, anche in questa favorevole situazione - e anche se l'India non era una colonia di popolamento, con una densa popolazione di coloni «bianchi» (come era il caso della Rodhesia o, per la Francia, dell'Algeria) -, i gruppi di intellettuali inglesi convertiti dalla non violenza gandhiana alla causa dell'indipendenza indiana non esercitarono mai un ruolo decisivo o anche solo importante nell'avviare l'India all'indipendenza! È quindi credibile, da un punto di vista astratto, che l'eventuale non violenza palestinese potrebbe, in circostanze tanto più difficili, «costringere» gli israeliani a trattare?



Ma c'è un ultimo punto - un'ultima incomprensione della realtà storica - nella risposta che Secco Suardo dà alla domanda retorica del generale Zinni. Questo è il fatto che il ricorso come arma precipua alla non violenza non ha mai eliminato la possibilità di contemporanee azioni violente da parte di coloro che alla non violenza non credono. Questo fu sempre uno dei problemi che, in occasione dell'avvio di ogni campagna non violenta, fece più volte esitare Gandhi sull'opportunità di ricorrere a tale metodo. E la verità è che tutte le campagne non violente condotte da Gandhi in India videro il verificarsi di episodi di violenza. Episodi di violenza che, in una serie di occasioni indussero Gandhi alla sospensione delle sue campagne. Ma è anche degno di nota che, per quanto Gandhi condannasse la violenza, vi erano delle evidenti ambiguità nei confronti di quei «terroristi» che ricorrevano alla violenza contro la dominazione coloniale. Gandhi, in una serie di occasioni, disse che la cosa veramente importante era la lotta contro il male, che la non violenza era eticamente migliore e nella pratica più efficiente della violenza, ma che se l'alternativa era quella fra non lottare contro il male o lottare ricorrendo alla violenza, ebbene non vi erano dubbi che il ricorso alla violenza fosse eticamente superiore alla resa di fronte al male. Non è un caso che Gandhi non abbia mai condannato il «terrorista» Bhagat Singh (a cui, ancora oggi, sono dedicate molte piazze nelle città indiane). Bhagat Singh, che aveva attentato alla vita del viceré inglese e che nel farlo aveva fallito, uccidendo invece un po' di innocenti, finì impiccato. Non è, ovviamente, che Gandhi condonasse l'uccisione di innocenti, e neppure quella di alti funzionari coloniali. Semplicemente riconosceva che le motivazioni che avevano mosso Bhagat Singh - e che Bhagat Singh ribadì in un discorso di alto livello etico-politico di fronte al tribunale inglese che lo condannò a morte - erano motivazioni condivisibile, anzi erano motivazioni che lo stesso Gandhi alla fin fine condivideva. Singh era, per così dire, «un compagno [di lotta] che sbagliava»; ma, evidentemente, per Gandhi, di fronte all'estremo sacrificio personale di Singh non si poteva condannare qualcuno che aveva combattuto per una causa eticamente giusta.



Cosa vuol dire questo? Semplicemente che, nel mondo reale, tecniche di lotta basata sulla non violenza non riusciranno mai del tutto a cancellare la possibilità che si verifichino episodi di violenza. A loro volta, questi episodi di violenza possono essere utilizzati per screditare coloro che usano la non violenza (tentativi che, durante la lotta anticoloniale in India, vi furono anche nel caso di Gandhi). Il che, di nuovo, vuol dire che, al di là della teoria gandhiana, nella pratica la non violenza funziona solo nella misura in cui, per una ragione o per un'altra, in genere in congiunzione con il verificarsi di una particolare congiuntura internazionale, costringe l'avversario alla resa. Il che, però, vale allo stesso modo e negli stessi termini per la lotta violenta. I francesi non furono sconfitti militarmente in Algeria e, in definitiva, non lo furono (almeno in maniera totale) neppure in Vietnam. Se, in un caso o nell'altro, se ne andarono, fu per un insieme complesso di ragioni, di cui la lotta violenta dei popoli colonizzati era stata una causa o, forse, era semplicemente stata un elemento sinergico delle vere cause della decisione.



Ed è tenendo in mente quanto fin qui detto, che vale la pena di rivolgere la nostra attenzione al modo in cui, nella sua concretezza storica, si è fin qui svolta la lotta dei palestinesi contro gli israeliani. Una buona data da cui partire è la fine degli anni '50, quando l'organizzazione che poi si sarebbe chiamata al-Fatah portò a termine le sue prime azioni contro Israele. Ebbene, da allora e fino agli anni 80, la resistenza palestinese ha privilegiato la lotta armata. Ma, fra il 1982 e il 1983 (l'assedio israeliano di Beirut e l'assedio siriano di Tripoli) divenne chiaro che la lotta armata era ormai diventata improponibile, una mera chimera, un miraggio privo di ogni concretezza.



Il risultato del palese fallimento della lotta armata fu che, all'interno della resistenza palestinese, presero sempre più forza quelle correnti che - costrettevi in un certo senso dalla situazione - auspicavano l'avvio di una trattativa con Israele. In effetti, nel corso degli anni 80, una serie di segnali incominciò ad arrivare in Israele - come può testimoniare Yossi Amitay che, insieme ad Uri Avneri e ad altri giocò il ruolo in questo processo -, segnali che indicavano la disponibilità di settori importanti dell'Olp all'inizio di una trattativa. Quale fu la reazione di Israele? Che il 6 agosto 1986 la Knesset approvò una legge che definiva come criminale qualsiasi contatto con «organizzazioni terroristiche», fra cui era chiaramente fatta rientrare l'Olp (in effetti, il fine della legge era proprio quello di impedire ogni trattativa con l'Olp).



L'indisponibilità israeliana a trattare contribuì quindi al fatto che la via della trattativa diplomatica si rivelasse anch'essa, almeno in quel momento (gli anni 80) come una chimera. Senza la possibilità di ricorrere alla lotta armata e senza la possibilità di ricorrere alla trattativa diplomatica, l'Olp e Arafat sembrarono consegnati all'irrilevanza. Ho ancora un ricordo personale e diretto della soddisfazione con cui alcuni amici sionisti (ero allora in Canada) salutarono quello sviluppo. Fu a quel punto, nel dicembre 1987, che incominciò la prima intifada.



E questo ci porta ad un punto fondamentale. Cioè che, in effetti, i palestinesi hanno già fatto ricorso alle strategie non violente. Perché credo che nessuno possa negare che, per una ragione o per un'altra (in altre parole, non in seguito ad una teorizzazione lucida, come quella alla base della non violenza gandhiana, ma costrettivi dalle circostanze, come i patrioti indiani al tempo del movimento swadeshi), i plaestinesi dei territori occupati basarono la prima intifada su tecniche d'azione non violenta. Il che, quindi, significa che la domanda di Zinni e la proposta di Secco Suardo hanno già avuto una risposta concreta a livello storico. Qual è questa risposta. La risposta è che l'azione non violenta dei palestinesi suscitò sì un'ondata di simpatia nei loro confronti in Occidente e creò sì delle fratture interne nella stessa diaspora ebraica, ad incominciare da quella americana, ma che questo non comportò nessun vantaggio per i palestinesi. La verità è che il governo israeliano continuò la propria repressione, affinò le proprie tecniche e, di fatto, intorno al 1990 represse la rivolta (come, del resto, avevano sempre fatto gli inglesi nei confronti dei movimenti non violenti gandhiani).



A questo punto, mi si può legittimamente obiettare che, però, la prima intifada ridiede rilevanza all'Olp e che Arafat ne approfittò non solo per rilanciare la strategia della tratttativa, ma per farla accettare all'intero movimento nazionalista palestinese, cosa che prima non era mai riuscito a fare. Fu, questo, un risultato che Arafat ottenne in occasione del congresso di Algeri del 1988, in cui il Consiglio Nazionale Palestinese accettò ufficialmente tutte le risoluzioni ONU sulla Palestina, compresa la 184 (che ratificava la creazione di due stati in Palestina: uno ebreo e uno arabo) e la 242 (che richiedeva il ritiro di Israele solo dai territori occupati nel 1967). Ebbene, quale fu il risultato della scelta della diplomazia (e della «rinuncia al terrorismo» successivamente fatta da Arafat [conferenza stampa del 14 dicembre 1988 a Ginevra])? Che Israele si mantenne fermo nella sua volontà di non trattare, tanto che la trattativa venne condotta non fra l'Olp e Israele, ma fra l'Olp e gli USA. A questo seguì una serie di iniziative diplomatiche tutte concluse nel nulla e, in seguito ad un tentativo di attentato contro Tel Aviv da parte di Abu Abbas (20 giugno 1990), la fine delle trattative fra USA e Olp.



Come sapete, la via diplomatica venne ripresa, non per iniziativa di Israele (che vi era contrario), non per iniziativa dell'Olp (che vi era favorevole, ma che non contava più nulla), ma per volontà del vittorioso presidente George H. W. Bush, che, dopo la sconfitta dell'Iraq, voleva dare una sistemazione stabile al Medio Oriente. Questa fase della via diplomatica iniziò con la conferenza di Madrid nell'ottobre del 1991 e si concluse nel febbraio 2001 con l'elezione di Sharon (e dopo i fallimenti di Camp David e di Taba). Su questa fase non vorrei soffermarmi, salvo che per dire che i quattro articoli di autori diversi che, nel libro da me curato (Il Grande Medio Oriente nell'era dell'egemonia americana), analizzano gli eventi di quegli anni dimostrano in maniera a parer mio conclusiva come il cosiddetto processo di pace venne interpretato dalla classe dirigente israeliana, indipendentemente dal colore politico, come la continuazione della guerra contro i palestinesi con mezzi politici. L'unica pace che gli Israeliani dimostrarono di poter concepire era una pace che rendesse impossibile la nascita di uno stato palestinese indipendente, ma, al massimo, quella di un protettorato, senza alcuna reale autonomia politica ed economica e senza continuità territoriale.



Qual è la sostanza del discorso fin qui fatto? Che, dati alla mano, in questo momento storico, i palestinesi non hanno nessuna possibilità di difendere i propri diritti, né con il ricorso alla violenza (che è fallita), né con il ricorso alla non violenza (che, di nuovo, è fallita), né con il ricorso alle trattative (dato che per trattare - cosa in sé non facile - bisogna essere in due, mentre i palestinesi sono sempre stati da soli).



È alla luce di questa spiacevole verità che bisogna confrontarsi con la questione posta da Secco Suardo e con le ipotesi di soluzione da lui date. La mia risposta è che, come storico, almeno una cosa la posso dire con sicurezza: che niente dura in eterno. E un'altra cosa la posso dire se non con certezza, quanto meno convinto che vi siano ragionevoli possibilità che si verifichi. Questa è che il mondo sta cambiando con una rapidità impressionante, sotto i nostri stessi occhi. Secondo alcune proiezioni, nel 2050, la prima economia mondiale sarà la Cina, seguita dagli USA, seguita dall'India. E, per quella data, l'India da sola, oltre ad aver superato il Giappone, avrà un'economia pari a quella della UE (che, secondo me, continuerà ad essere un insieme di stati mal collegati da deboli legami politici). Inoltre, l'economia USA, per quanto la seconda al mondo, avrà un peso specifico globale enormemente inferiore a quello che ha oggi. In sostanza, il centro del mondo non si troverà più in Occidente, ma in Asia. E le nazioni leader del nuovo ordine non avranno nessun particolare interesse a sostenere Israele; non l'avranno perché non hanno nessun complesso di colpa a proposito dell'olocausto; non l'avranno perché al loro interno non vi é nessuna influente comunità ebraica filosionista; non l'avranno perché Israele è oggettivamente il principale elemento di destabilizzazione dell'intera area mediorientale. Secondo un mio amico giornalista che di queste cose si intende, l'azione politica della Cina nell'area mediorientale è in realtà destinata a diventare un fattore d'importanza chiave ben prima del 2050: a suo giudizio fra 10 o 15 anni. A quel punto, tutti i giochi si riapriranno, compreso quello israelo-palestinese.



In sostanza, quindi, in questo momento storico, l'unica cosa che i palestinesi possono realisticamente fare è resistere. Resistere in attesa che i tempi cambino. E cosa, in definitiva, hanno sempre fatto di diverso (salvo casi più unici che rari) tutte le resistenze della storia, se non, appunto, resistere in attesa che i tempi cambiassero? E, da questo punto di vista (come da altri), non mi sembra proprio che Hamas si stia comportando troppo male. Credo, in realtà, che dare consigli ai palestinesi su come continuare la loro lotta contro Israele, sia abbastanza ozioso. Sono convinto, invece, che i palestinesi abbiano una percezione precisa sia di quel poco che possono fare, sia del fatto che, al di là delle azioni contingenti e delle strategie di breve periodo, è la capacità di continuare a vivere sotto occupazione, in attesa di tempi migliori, l'unica cosa che realisticamente possano e debbano fare.



Credo che, senza entrare nella contestazione puntuale delle tre tesi di Secco Suardo, quanto sopra detto possa essere considerato la mia risposta complessiva a tali tesi. Ma voglio ancora aggiungere un paio di cose a latere. La prima è che interessarci dei palestinesi fa bene soprattutto alla nostra anima (e, credetemi, nel dire questo non sono per nulla sarcastico, anche se lo posso sembrare). In definitiva, anche noi, mutatis mutandis, non possiamo far altro che resistere, esattamente come i palestinesi. E, per poterlo fare, è bene prendere atto di quanto difficile sia la nostra situazione e di quanto poco possiamo fare per incidere sulla realtà. Vi inviterei in proposito a riflettere sul fatto che un dibattito dalle argomentazioni razionali e dai toni etici alti, come quello finora intercorso fra di noi, non avrebbe mai potuto aver luogo sui media «normali». E vi inviterei anche a riflettere - cosa che il nucleo dei vecchi iscritti sa, ma che non sanno i nuovi - che questa lista nacque perché divenne chiaro che era impossibile trattare di questi temi sulla lista ufficiale di SeSaMO. Cioè dell'associazione degli studiosi italiani di Medio Oriente contemporaneo! In altre parole, perfino fra gli specialisti accademici di Medio Oriente il controllo nei confronti di opinioni che mettevano in dubbio quella dominante su un problema chiave come la questione palestinese si rivelò talmente forte da determinare la chiusura di ogni discussione.



In quell'occasione decisi di resistere a modo mio e creai la presente lista. Ne sono ovviamente contento, nonostante il tempo e la fatica che mi costa gestirla (e, certo, non sarei riuscito a continuare a farlo senza l'aiuto di Riccardo e di Elisa). Sono anche cosciente del fatto che, in definitiva, i dibattiti e le informazioni della lista contribuiscono a mantenere aperto uno spazio critico che è bene che rimanga aperto (e che è sempre più eroso dalla crescente intolleranza contro qualsiasi atteggiamento critico). Non mi illudo però sulla rilevanza di quello che faccio. Un articolo di Fiamma Nirestein su La Stampa ha un peso e un'importanza cento volte maggiori di tutte le cose che si sono scritte in questa lista. Ma, in definitiva, l'essenza della resistenza - l'ho già detto - è appunto questa: fare quel poco che si può fare, non solo in attesa di tempi migliori (che forse non vedremo mai), ma perché è giusto fare così.



Un caro saluto a tutti.

Michelguglielmo Torri

ApritiSesamo! - fondata nell’ottobre 2002 e da allora diretta da Michelguglielmo Torri - mira a favorire un dibattito non superficiale sul Medio Oriente e sul mondo islamico. Il materiale distribuito è scelto esclusivamente per la capacità di offrire spunti e di fornire informazioni utili a tale dibattito. Pertanto esso non rispecchia necessariamente le posizioni politiche del direttore e dei gestori della lista.



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